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Commenti anonimi, netiquette e moderazione

Immagine della News Notizia n° 11   del: 14-06-2010 [16:39]   Autore: Anniverdi
Nel precedente post sui BLOG abbiano accennato ad una loro caratteristica fondamentale: i commenti, che servono a giudicare gli articoli (i post) e ad evidenziare errori, omissioni, ignoranze o falsità.

Al contrario dei post che esprimono considerazioni compiute e acquistano valore solo se riferite allo specifico autore, i commenti rappresentano una reazione immediata all’articolo (post) e toccano, quasi sempre, solo qualche punto del discorso.

I commenti possono essere liberi o soggetti a registrazione, quest’ultima è richiesta quando si tenta di creare una comunità intorno al blog, in ogni caso sono da considerarsi anonimi.
Anonimato necessario date le difficoltà di gestire le identità online che rendono addirittura pericoloso usare nomi e cognomi. Ognuno può scrivere il nome che vuole, tanto non è possibile controllare perciò è buona regola proibire i nomi e cognomi. Infatti se io scrivo Giorgio Napolitano, può darsi io voglia attribuire un giudizio al nostro presidente ma anche che io sia, semplicemente, un omonimo. Come fa il blogger a saperlo? Meglio evitare e dare spazio a nicknames (o, semplicemente, nick) ed avatar.

Regola fondamentale dei blog, assunto recentemente a principio giuridico grazie ad una sentenza della cassazione, è che il blogger è responsabile di quello che scrive nei post e non di quello che è scritto nei commenti.

Questo non significa però che i commenti diventano terra di nessuno.  La rete è una enorme piazza, siamo in pubblico, quindi, come minimo, dobbiamo attenersi alla buona educazione che in iternet si chiama “netiquette”. Chi non la segue deve essere “moderato”, cioè deve veder eliminato il suo commento, perché in  ogni community, esiste una piccola percentuale di utenti asociali che cercano attenzioni e scrivono con il solo scopo di seminare zizzania. La prima regola è di non prestargli attenzione, la seconda è di segnalare al moderatore qualsiasi episodio discutibile, facendo attenzione a non abusare (netiquette) delle segnalazioni.

Ecco una lista non esaustiva di regole per i commenti raccolte dalle rete:

- Un buon commento dovrebbe essere breve, rispettoso e pertinente. Se il commento deve essere lungo è bene che diventi un post, magari linkato nel commento.

- Non usare  argomenti  illegali o carenti di rispetto verso persone, gruppi o situazioni. - Attenzione a qualsiasi violazione della privacy e pubblicazione di dati personali.

- Non Insultare: si scrive in un luogo pubblico,  la Polizia Postale può chiedere in qualsiasi momento i vostri dati per indagini e querele per diffamazione.

- Evitare commenti violenti, perché l’atmosfera dei blog degrada e le discussioni diventano faticose.

- Volgarità: qualsiasi tipo di parola volgare va moderata, anche se scritta in maniera tale da superare i filtri automatici. Le volgarità sono inutili e danno l’impressione di un luogo in balia del caos.

- Attacchi personali: evitare di ostinarsi in liti personali, anche se portate avanti in maniera civile. Queste situazioni non sono interessanti per la comunità dei lettori. I Litigi dovrebbero andare nei messaggi privati, che sono disponibili ai registrati sulle community dei blog più grandi.

- Off topic e battibecchi: i commenti non pertinenti al post generano anche loro caos e rischiano di diventare illeggibili per la maggioranza di lettori interessata al tema.

- Ripetizioni: non sono bene accetti i commenti ripetitivi, che non portano avanti la discussione e tendono invece a generare litigi. Non sono graditi commenti prolissi e privi di opinione o nuove informazioni, così come i commenti troppo stupidi: i commenti di una sola riga sono spesso causa di flame e confusione, quando sono del tutto gratuiti dovrebbero essere moderati.

- Link: sono graditi i link che portano informazione alla conversazione, viceversa non sono graditi link autopromozionali. Se incollate nei commenti del testo preso da un altro sito, per favore indicate la fonte con un link.

- Discussioni sulla moderazione: qualsiasi provvedimento diventa sempre motivo per scenate pubbliche e vittimismi. Per questo sono bandite le rimostranze contro i provvedimenti del Moderatore. Potete parlarne direttamente nei messaggi privati, non in pubblico scrivendo al moderatore, ma la moderazione è tendenzialmente insindacabile.

- Critiche ai blogger e al sito: errori e altre mancanze succedono ma non  si dovrebbero scrivere  thread ostili e lunghi flame sulla qualità editoriale o umana degli autori.
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PERCHE’ FACCIAMO POLITICA

Immagine della News Notizia n° 10   del: 26-05-2010 [11:59]   Autore: Anniverdi
Ovvero l’enigma della partecipazione.

Se chiedete in giro perché la gente fa politica è facile che vi rispondano: “per farsi i fatti suoi”. Filosoficamente parlando farsi i fatti suoi, cioè perseguire i propri interessi non è necessariamente immorale. Anche perseguire interessi ideali è egoismo, e l’uomo senza interessi è da sempre bollato come nullità. L’accidia: inerzia, indolenza dovuta a noia, è uno dei sette peccati capitali.

Il senso comune però attribuisce alla frase più un senso materiale riproponendo il mito dell’uomo “egoista razionale” tanto caro agli economisti. Perché questo egoista razionale dovrebbe collaborare con altri? Il senso profondo di questa domanda lo spiega il dilemma del prigioniero.

Due persone sono sospettate di rapina. La polizia li ferma e li separa. La pena prevista per il reato è di otto anni ma non esistono prove. La polizia fa ad ognuno, separatamente, la proposta di uno sconto di pena a soli due anni se confessa. Le possibilità per ognuno, quindi, sono: 0 anni se tace e tace anche l’altro, 2 anni se confessa, otto anni se non confessa ma lo fa l’altro. L’egoista razionale minimizza il rischio atteso (speranza matematica) e la scelta più razionale (detta anche equilibrio di Nash nella teoria dei giochi) è confessare.

La scelta razionale, però, non è ottimale.

Questo ha portato qualche studioso ad asserire che tutta la scienza politica verte su come superare il dilemma del prigioniero. L’economica ha superato il problema col teorema dei costi comparati che ha mostrato come lo scambio conviene sempre. L’insieme degli scambi crea il mercato, la “mano invisibile”, che conduce ad un ottimo di efficienza.

L’efficienza ottima, o ottimo Paretiano, è uno strano ottimo: può essere un ottimo decisamente disgustevole (A. Sen). Infatti parte dal principio che le utilità dei singoli non sono comparabili pertanto togliere 1000 euro a Berlusconi per darli alla nonnina pensionata non significa migliorare. Migliorare significa solo dare qualcosa a qualcuno senza che nessun altro ci perda.

Il paradigma dell’egoista-razionale è stato adottato anche dalla scuola politologica della Public Choice che applica metodi analitici dell’economica alla politica.

Qual è, secondo questa scuola, la spiegazione alla domanda principale? La dobbiamo ad Olson ed è basata sui beni pubblici.

Un bene pubblico puro (Samuelsoniano) ha due caratteristiche: non rivalità e non escludibilità. Non rivalità significa che se lo consuma uno non pregiudica il consumo agli altri, per esempio in un parco o al mare ci possono andare tutti. Non escludibilità significa che una volta prodotto dal bene non si può escludere alcuno senza costi aggiuntivi, infatti impedire a qualcuno di andare al parco necessita di un controllo degli accessi e quindi di un costo. Essendo i beni pubblici necessari come quelli privati se non sono prodotti a sufficienza dobbiamo collaborare a produrre quel tanto in più che serve.

In base a quale logica? Economica, naturalmente. Cioè parteciperemo alla produzione finché il beneficio (marginale) che ne ricaviamo eguaglia il costo (marginale). Tutti quelli interessati ad un particolare bene costituiscono un “Gruppo di Interesse”.

Ma chi è il principale produttore di beni pubblici? In generale lo Stato in tutte le sue declinazioni. Ecco perché i gruppi di interesse concorrono per la gestione della Res-Publica, per partecipare alle decisioni sui beni pubblici da produrre. Se vuoi che siano costruite strade o parchi che siano utili a te ed alla tua comunità, o vuoi depuratori nella tua zona devi fare politica.

Per esempio io vorrei una biblioteca attiva, una pro loco funzionante, un mercato più fornito, un percorso turistico, una zona industriale eccetera e, dato che non c’è, devo mettermi in politica per tentare di realizzarli. Ma, prima, devo costituire un gruppo di interesse e valutare se il beneficio atteso vale il costo relativo (comprensivo di offese e calunnie).

E questa è la parte buona, quella cattiva alla prossima puntata (forse).

Come anticipo faccio notare che stipendi, indennità, rimborsi e mazzette non sono beni pubblici e non dovrebbero costituire motivazione politica neanche per gli egoisti razionali.
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Origine della parola seno in matematica.

Immagine della News Notizia n° 9   del: 07-05-2010 [17:03]   Autore: Anniverdi
In trigonometria si definisce seno di un angolo il rapporto tra cateto opposto e l’ ipotenusa in un triangolo rettangolo. (Molti l’hanno definito solo sulla circonferenza goniometrica ma è la stessa cosa e non presuppone la geometria analitica).

L’origine di questa parola parte dall’India.
Aryabhata, grande matematico indiano del V secolo, nella sua opera, discute del concetto di seno chiamandolo in sanscrito jya-ardha, corda-mezza o ardha-jya, mezza corda. Poi abbreviò il termine in jya (corda). Da jya gli arabi ricavarono foneticamente jiba che, dato l’uso arabo di omettere le vocali, scrivevano jb. Ma jiba, a parte questo significato tecnico, in arabo non ha alcun senso per cui autori posteriori, imbattutisi in jb l’intesero come jaib, che ha le stesse lettere ma è una onesta parola araba che significa rada o baia. Ancora più tardi Gherardo da Cremona (circa 1150), traducendo dall’arabo, rimpiazzò jaib col suo equivalemte latino sinus che significa, appunto, rada o baia.

Da sinus viene l’attuale seno.

La fonte è quanto meno inaspettata: A. Sen - Lo sviluppo è libertà. Perchè non c'è crescita senza democrazia. Mondadori
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